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Recessione e nuova crisi economica

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Come già anticipato dalla Banca d’Italia e da altre istituzioni sia italiane che internazionali, le stime preliminari ISTAT per il IV trimestre 2018 confermano l’entrata dell’Italia in recessione, con una diminuzione del PIL dello 0,2%. I dati definitivi saranno disponibili tra un mese ma il quadro è già delineato; si tratta di recessione tecnica, così definita quando il dato negativo riguarda due trimestri consecutivi. Per parlare di recessione economica è necessario considerare altri fattori che al momento non sono negativi. La situazione è comunque preoccupante perché se è vero che il dato sull’occupazione è aumentato dello 0,9% (+202.000 unità) l’incremento ha riguardato gli occupati a termine (+257.000) e autonomi (+34.000) mentre i lavoratori permanenti sono diminuiti (-88.000). È la qualità del lavoro a peggiorare, intanto sul fronte della stabilità. Altri dati ci parlano del generale peggioramento dell’occupazione, ad esempio sull’aumento delle ore lavorate, come informa il CENSIS, che riferisce altri due fattori negativi: da un lato l’aumento del gap salariale tra operai, impiegati e manager, d’altra parte l’aumento dello stress da lavoro. Anche l’aumento costante dei morti sul lavoro, di cui ci siamo occupati ancora prima che l’INAIL diffondesse i dati scatenando la solita stampa che per un giorno ne parla e poi dimentica, fino al caso eclatante successivo, dovrebbe destare più preoccupazione e clamore rispetto ai dati sul PIL, che in realtà riflettono una congiuntura generale; non è vero che la colpa è del governo in carica, e neanche del governo precedente: difficilmente il poco spazio di manovra che le regole europee ed internazionali impongono può avere effetti determinanti sul ciclo economico. Se l’Italia piange infatti l’Europa non ride, a partire dai dati sulla crescita in ribasso rispetto alle previsioni e continuando con la crisi del settore automobilistico che riguarda in primis la Germania ma non solo; da noi è una tendenza di lungo periodo, con la produzione dimezzata negli ultimi venti anni, complici anche le delocalizzazioni. Se si aggiungono le incognite sulla Brexit e sulla Cina, tra dazi incrociati con gli USA e rallentamento della loro seppur rampante economia, il contesto è definito, e conferma quello che gli analisti più attenti già preannunciavano: in assenza di una vera ripresa dopo la crisi del 2008, si avvicina una nuova crisi non meno devastante.