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Messina: «Abbattere per ricostruire»

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di (il manifesto)

«Lo stretto di Messina è il luogo più sismico del Mediterraneo, ci furono 80 mila morti per il terremoto del 1908, magnitudo 7, durata 37 secondi. Poi c’è il dissesto idrogeologico: 37 morti per l’alluvione di Giampilieri del primo ottobre 2009, quando venne giù la collina. E poi c’è l’erosione delle coste. Insomma non ci facciamo mancare nulla, eppure Messina è un posto bellissimo e dal fascino mitologico da cui non vogliamo andare via ma, per restare, ci vogliono scelte coraggiose»: Renato Accorinti dal 2013 è sindaco della città dello Stretto, la sua amministrazione ha redatto la Variante di tutela ambientale al Piano regolatore del 1999 (variante attualmente in attesa di approvazione del consiglio comunale) con cui sono state censite le aree a rischio sismico, idrogeologico e ambientale, si tratta di 850 ettari divisi in circa 80 zone, il 4% della superficie del comune. In queste aree non sarà più possibile costruire.

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RESTA IL PROBLEMA degli edifici già realizzati. L’amministrazione, con la consulenza dell’urbanista e docente della Federico II di Napoli, Carlo Gasparrini, e l’impulso dell’assessore al ramo, Sergio De Cola, ha studiato un modo per mettere in sicurezza la popolazione. Uno strumento che potrebbe essere assunto nel progetto del governo Piano Casa, e dovrebbe già essere adottato nella prossima Legge di Stabilità: per convincere chi ha una casa in zona a rischio ad abbattere e ricostruire in un’area sicura, si finanziano gli autoabbattimenti attraverso le detrazioni fiscali attivando poi gli incentivi alla ricostruzione attraverso l’azzeramento per cinque anni di tasse come Tasi e Imu o detrazioni per Irpef e Irap. Non si batte sul principio «dov’era com’era, ma più sicuro», come spesso chiedono le popolazioni dopo un evento sismico, ma meglio spostarsi dove non c’è rischio, come si faceva invece nelle epoche antiche.

«Abbiamo 72 torrenti, nel corso dei decenni sono spuntati edifici persino sul letto dei fiumi. Dobbiamo ripensare quindi una rinaturalizzazione dei corsi d’acqua – spiega Accorinti -, abbiamo censito 2milioni e 800mila metri quadrati di potere edificatorio che la Variante cancellerebbe. Naturalmente il governo deve deliberare delle misure ad hoc per risolvere il problema. Se poi non ci voteranno più pazienza ma non si può soccombere alle logiche elettorali. Abbiamo dato le case popolari ai rom, una misura che di sicuro fa perdere voti, ma non ci importa. Tre anni fa dormivo nei campi rom e poi andavo a insegnare. È venuto anche il professore Salvatore Settis a osservare il nostro lavoro, andiamo avanti, nessun compromesso».

IL PUNTO DI PARTENZA dell’amministrazione è stata l’analisi del Piano regolatore del 1999: «È un documento sbagliato in partenza: sovradimensionato a causa delle logiche di speculazione edilizia – spiega l’assessore De Cola -, ha prodotto una città piena di vani vuoti che non vengono occupati. Poi però piove e viene giù la collina a Giampilieri trascinando via case che erano regolari, ma costruite dove non dovevano stare. Così come non doveva essere edificata la zona a sud, verso i monti Peloritani, un terreno sabbioso ad alto rischio».

Il principio del «consumo di suolo zero» si intreccia con la riqualificazione delle costruzioni già esistenti. Gli abbattimenti non riguardano il centro storico. Ma come si fa a convincere coloro che dovrebbero andare via? Chi decide di restare avrà la proprietà svalutata perché in area Variante e, comunque, dovrà attuare una serie di prescrizioni per rendere l’edificio sicuro, con costi quindi molto alti. Chi ha un terreno attualmente edificabile, un appartamento o un edificio si iscrive a una banca dei volumi attraverso cui avrà accesso ai nuovi spazi, in proporzione alla proprietà che aveva.

«LA VARIANTE è un punto di svolta rispetto a una nozione riduttiva del territorio interpretato come spazio astratto – aggiunge De Cola – al servizio di insediamenti residenziali e produttivi. Il nostro territorio è invece un testo già scritto dalla natura, con una sua forma, condizioni ambientali e paesaggistiche non negoziabili».

SULLE DECONTRIBUZIONI spiega: «L’idea è nata parlando con Giovanni Azzone, coordinatore del Piano Casa. Ci disse che il governo aveva intenzione di stanziare dei fondi ogni anno, una cifra assolutamente troppo bassa per mettere in sicurezza il patrimonio italiano. Così gli feci notare che era necessario attivare il capitale privato. Messina, ad esempio, ha ereditato dalle passate amministrazioni una situazione dei conti disastrosa, tanto da dover aderire alla legge sul predissesto. Non siamo certo i soli. I fondi del governo sono pochi, la strada che proponiamo è percorribile anche per i comuni in difficoltà».