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Michele Bisignano,IL “DISSESTO” PROSSIMO VENTURO

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La città di Messina con l’approvazione del cosiddetto “salva Messina”, termine utilizzato furbescamente come richiamo alla ferragostana invocazione popolare, avrebbe trovato la ” panacea” per tutti i suoi endemici mali. Un provvedimento riveduto e corretto più volte, passando dalla prima versione sottesa da “lacrime e sangue” da economia di guerra, alla versione “spaghetti e vino” con l’aggiunta di energizzanti, caratterizzata da una sorta di celebrazione della difesa dell’esistente. E, più recentemente, il salva Messina “cotto e mangiato “, esitato in tempo record dai consiglieri comunali, i quali, a causa del pressing verboso e verbale cui sono stati sottoposti, si sono dimenticati della prima versione che avevano approvato tempo fa come ” estrema ratio”, in quanto, anche allora, l’alternativa sarebbe stata la dichiarazione di dissesto finanziario dell’ente Comune. Anche se ora saranno necessari ulteriori passaggi presso il Ministero degli Interni ed altri organismi, per verificare la compatibilità delle misure e determinazioni adottate, compreso il Piano di Riequilibrio Ventennale, con le leggi e le normative vigenti. Ma anche tale voto finale potrebbe rischiare di essere vanificato perché, stando alle dichiarazioni del Sindaco, qualora non si dovesse trovare una soluzione transattiva per almeno il settanta per cento del contenzioso relativo ai debiti del Comune, l’avvio delle procedure per il dissesto sarebbe inevitabile. Ergo, se ci si dovesse trovare in presenza di debiti fuori bilancio, dovrà essere ancora il Consiglio comunale, in immaginabili tempi ristrettissimi, a dover svolgere un ruolo notarile di mera ratifica, e sempre per evitare il “default”. Un ” default ” che le Amministrazioni delle grandi città italiane stanno tentando di evitare, dato che i suoi pesanti effetti ricadrebbero soprattutto sui cittadini.
Ma quello che preoccupa è che si va delineando una città con un presente inaccettabile di mera sopravvivenza, caratterizzato da una forte recessione economica e sociale; una città senza futuro, autoreferenziale, autarchica ed autoisolata, ripiegata su sé stessa e sulle sue emergenze, vere e presunte, che rischia, per una improvvida ed autolesionista iniziativa, di perdere il venti per cento del proprio territorio; una città incapace di pensare di poter fare parte di qualcosa di “altro da sé ” e senza una parvenza di pianificazione strategica. Una città in cui si avverte sempre più il “vero dissesto”, costituito dal degrado civico, civile e morale, dal dilagare di un individualismo e egoismo esasperati, e da un incattivimento dei rapporti veicolato anche dalla violenza verbale e dall’odio sociale diffuso sui social, che finisce con il ridurre al lumicino il concetto di ” comunità “.
Una città che sta perdendo, e non certo solo da ora, la propria identità e la propria anima, che non può essere solo quella ” ctonia”, a fronte di una gestione del “potere” che va sempre più rafforzando la sua connotazione oligarchica e clientelare. Una città, che dovrebbe avere, invece, la lungimiranza e la responsabilità etica della “visione”, guardando oltre il provincialismo casereccio che proprio in questo ultimo periodo trova la sua esaltazione.
Una realtà, la nostra, che forse dovrà assumere la consapevolezza che l’alternativa vera è fra essere realmente, e non solo come titolo nominalistico, Città Metropolitana o rassegnarsi ad essere una media, e mediocre cittadina di provincia.