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Gig economy, il primo sciopero globale

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La tecnologia non ci ha rubato il lavoro, non ci ha liberato dal lavoro né dal bisogno di lavorare, mentre sempre più spesso determina i modi e i tempi di lavoro. È il caso della cosiddetta sharing economy, letteralmente economia della condivisione, che più correttamente andrebbe chiamata gig economy, economia dei lavoretti. Ma di cosa si tratta? Principalmente si riferisce a forme di lavoro pagate a cottimo, gestite da piattaforme digitali e che spesso vengono inquadrate come autonome quando in realtà il lavoratore di autonomia ne ha ben poca, e diritti e tutele anche meno. Basti pensare ai colossi delle consegne a domicilio, Deliveroo, Foodora, Just Eat, e all’esercito di riders, così sono chiamati i ciclofattorini, che sono chiamati a lavorare dall’app, sono valutati da un algoritmo e non hanno alcun controllo del lavoro che svolgono.

Secondo alcuni studi in Italia sono stimati tra i 700.000 e il milione i lavoratori della gig economy, un fenomeno in crescita e che non ricomprende solo coloro che vogliono arrotondare svolgendo il classico lavoretto; vista la penuria di lavori a tempo pieno, e pienamente dignitosi aggiungerei, molti si ritrovano risucchiati in questo circuito loro malgrado, e sanno che dovranno sottostare a qualsiasi richiesta pur di guadagnare il più possibile, correndo e dichiarandosi disponibili a qualunque ora e condizione. Si tratta quindi di un impoverimento del lavoro e di un ulteriore abbassamento della qualità e della specializzazione. Diversi studi, tra cui sono preziosi quelli di Saskia Sassen, si sono occupati dell’esplosione dei lavori di servizio e in genere a bassa qualificazione, un andamento che sembra contraddire l’imponente spinta tecnologica che accompagna il volgere dal XX al XXI secolo ma che in realtà è presto spiegato se si riflette sul fatto che il sistema delle grandi città ad esempio, per continuare a citare la Sassen, ha estremamente bisogno dell’esercito dei lavoratori marginali che quasi invisibili svolgono funzioni imprescindibili, dalle pulizie ai trasporti.

L’esplosione della gig economy segue quindi questa apparente contraddizione tra tecnologia e lavori a bassa qualificazione e non è un caso se proprio questi lavoratori iniziano a riunirsi e a far sentire la propria voce; alla fine di ottobre infatti sessanta lavoratori delle piattaforme provenienti da 12 diversi paesi europei si sono riuniti a Bruxelles per costituire la prima federazione transnazionale dei riders (Transnational Federation of Couriers) e per avanzare collettivamente alcune richieste che considerano imprescindibili, tra cui l’abolizione del cottimo, l’introduzione della paga oraria e la trasparenza sull’utilizzo dei dati raccolti dai colossi del food delivery (in alcuni casi infatti essi stanno cercando di sostituirsi ai ristoranti per i quali consegnano creando delle proprie strutture, e questo è reso sicuramente facile dalla conoscenza delle abitudini alimentari dei consumatori nelle zone in cui effettuano il servizio). L’assemblea ha anche deciso l’indizione del primo sciopero globale del settore, svoltosi in 35 città di tutto il mondo in concomitanza col compleanno del fondatore di Deliveroo ma a cui hanno aderito lavoratori “dipendenti” anche delle altre piattaforme.