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Work(fare) in progress

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Protesters against workfare in Boston in 1982. Photographer: John Blanding/Boston Globe via Getty Images

Il nuovo governo ci ha abituati all’utilizzo di una neolingua da far impallidire George Orwell sin dalla sua nascita attraverso l’imposizione dell’espressione contratto di governo al posto della classica e realistica alleanza che andavano formando. Sullo stesso solco hanno proseguito impegnandosi per l’approvazione di un loro cavallo di battaglia: il reddito di cittadinanza, che presto o tardi verrò introdotto (obiettivo elezioni europee 2019). In realtà basta sfogliare wikipedia o più opportunamente fare una ricerca nella letteratura sociologica ed economica per verificare che quello che viene chiamato reddito di cittadinanza non lo è affatto; per essere tale dovrebbe essere legato esclusivamente al possesso della cittadinanza (o della semplice residenza di medio-lungo periodo). Incredibilmente anche liberali e liberisti come Friedrich Von Hayek e Milton Friedman hanno ipotizzato una forma di reddito di base (o imposta negativa nel caso di quest’ultimo) per coloro che si trovassero sotto la soglia di sussistenza. Nelle definizioni del reddito di cittadinanza, che non a caso si può chiamare anche reddito di base (basic income) è previsto il suo carattere incondizionato: il fatto cioè che esso debba spettare a tutti senza alcuna correlazione né con eventuali lavori da accettare né tanto meno con vincoli nell’utilizzo delle somme erogate. Si capisce bene allora che quello proposto dal governo gialloverde non ha alcuna affinità col reddito di cittadinanza. I rappresentanti del governo dicono di ispirarsi al modello tedesco, mentre proprio in Germania tale modello è in piena crisi, e si pensa di sostituirlo con un sussidio universale, ovvero con un reddito di base. C’è una differenza fondamentale tra il welfare classico, definito spesso dispregiativamente come assistenzialismo, e il workfare che si va diffondendo anche nell’Europa non anglofona. Infatti il workfare è un sistema di assistenza condizionato che nella pratica funge da strumento di controllo sociale nei confronti dei più deboli cui è naturalmente indirizzato e che nasce nel mondo anglosassone di pari passo con l’ascesa del capitalismo attraverso le workhouses in cui venivano rinchiusi i poveri affinché lavorassero nelle fabbriche nascenti. L’ideologia sottesa a questo sistema, ormai ben radicata anche alle nostre latitudini, è che i poveri siano tali principalmente per colpe proprie e che vadano incentivati a darsi da fare altrimenti preferiranno farsi mantenere senza far nulla; un punto di vista che dovrebbe far sorridere in un sistema in cui manca più il lavoro (retribuito, s’intende) che la voglia di lavorare.